Amore per sempre

Quando nasce un amore

i pianeti non si allineano,

i fiori non sbocciano,

all’orizzonte non ci sono tramonti, né albe,

il mare non è più bello del solito,

le frasi dei libri non cambiano significato,

le canzoni non cambiano le note e parole

I pensieri non diventano meno pesanti.

I colori non sono più accesi.

Le persone non migliorano.

Il tempo non aumenta.

I sogni non diventano realtà.

L’universo non si espande.

La luna non è più grande.

Il prima o il poi non diventa mentre.

Si trasforma solo tutto per sempre.

Poesie Premiata ai Concorsi Letterari:

Una città che scrive 2018”

XXIX° Edizione Premio Belli

Premio Montegrappa 2019

Il cantiere della nuvola

Momenti istintivi come la percezione del pericolo.

Arrivi senza nessuna aspettativa.

Come porte che si aprono nel nostro sonno all’improvviso.

La cura nella notte.

Arriveranno e mi faranno male, l’infermiera vecchia mi sta sul cazzo,

ricorda la cattiva di qualche film visto da bambino.

La stanza e i corridoi sono troppo bianchi.

Arrivata come cibo ai barboni.

Cerco nuova droga fatta di pelle,

e tu sei il nuovo premio Nobel alla dermatologia.

Ho passato una vita al CERN a trovare nuovi modi di far funzionare il cuore.

Ho passato anni in cardiologia.

Quando forse l’amore come per gli etruschi è nel fegato.

Anche gli etruschi non hanno capito un cazzo.

Gli etruschi erano alcolisti.

A Gossolengo bevevano da fare schifo fino a vomitare.

I Piacentini derivano dagli alcolisti ma fanno un formaggio di Cristo.

Inseguiamo la bellezza. Anche dove non c’è per tutti.

Andiamo a vedere le auto incidentate.

I cassonetti abbandonati degli anni novanta nei magazzini dismessi dell’Ama.

I cantieri comunali finanziati pieni zeppi di subappalti.

I parcheggi sconfinati delle metropolitane.

Così possiamo cercare di allontanarci dai sistemi umani.

Torniamo nella natura e smettiamo di non esistere.

Siamo figurine su un album. L’album che non finirà mai.

Padre portami in edicola. All’edicola.

L’edicola del parco. Dopo che mi hai portato alla messa del cazzo.

Volevo dormire io.

E tutti passiamo. E non sappiamo dove finiremo.

Come buste di zucchero nei Supermarket delle stazioni centrali.

In case improbabili, in situazioni improbabili, in luoghi improbabili.

Le feste, il casino, la RAI. Rimbomberà nella credenza, come cazzo dormirò.

Questa vecchia guarda solo la De Filippi.

Mi sto facendo una cultura sulle emozioni più basse della società odierna.

I nostri curriculum sono tutti uguali,

e intorno non mi sembra che tutto sia a posto.

Siamo le camere d’albergo di cantanti tossico dipendenti.

Dove nulla è in ordine, tutto è in un posto solo per riflesso di sostanze.

E le sostanze di ogni essere umano sono i concetti.

Siamo dei tossici del cazzo all’eterna ricerca di cose che ci fanno stare bene.

L’eroina è il lavoro, gli obiettivi.

Voglio fare l’astronauta. Il prete. Il presentatore in tv.

Maestra voglio fare l’ingegnere. Che devo fare per fare quello che fa lei?

Siamo sempre rimasti bambini.

I camion dei pompieri. Le Burago. I Lego.

Mamma vado a giocare dal vicino a Nintendo.

Tanto se ti dico Sonic non capisci chi cazzo è.

Felici con quello che ci piace.

Siamo clandestini che dormono nelle parti più profonde di loro stessi.

E stiamo come cattolici in tempi pagani africani.

Allora abbiamo sbagliato qualcosa. Viviamo senza sapere il perché di niente.

Siamo palloncini legati a una staccionata

nelle praterie a sud ovest del Massachusetts

in balia dei venti, sballottati, venti fatti di dubbi, ricordi, e le schegge fanno male,

Libeccio di merda, Libeccio radioattivo,

le piogge acide, il sole ci sgonfierà,

perché siamo fragili, fragili perché

non sappiamo neanche perché il passato è passato così.

Perché. Perché Perché. Sarà sempre e solo una domanda.

La carne è di cristallo.

I ricordi e i pensieri sono specchi che proiettano film muti a colori.

L’anima è brina al sole prima delle 10 di mattina.

Tralascia la rima pensa a salvarti.

Matteo bennati il cantiere della nuvola fuksas.jpg

Omicidio infantile

Beato il pensiero stabile di un bambino,

dove tutto è giustificato, di tutto sei capace.

Che galleggia nell’esistere, senza rotta ne confini,

fine a se stesso nel suo universo.

Ed era bello ricordo,

non conoscere il sole ed il suo giro.

Ora che invece l’aspetto,

su finestre qualsiasi, in pensieri complessi.

Non c’è gioia più divina dell’innocenza,

che crescendo si sgretola dentro di noi,

facendosi inglobare in altre bizzarre virtù.

Decidendo di crescere decidiamo di iniziare a domandare, di conoscere e pensare.

E ci invecchia e ci fa più cattivi,

ogni essere può uccidere,

ma l’intenzione è il frutto del pensare.

Uccidere senza sapere non è poi un male, ferire conoscendo diventa infernale.

È l’esistere che nutre i nostri corpi, scolpisce questi cazzo di volti.

È inversamente proporzionale al nostro tempo.

Siamo un mondo di suicidi.

Come nasciamo. Appena iniziamo a vivere scegliamo di morire.

Non c’è morte più violenta del crescere.

 

 

E.T. l’extra-terrestre – Steven Spielberg (1982)

Gertie: Fai il bravo.

Elliott: Oh, dio!

E.T. [vestito come una bambola]: Eliott!

Elliott [noncurante]: Che c’è?

E.T.: Eliott! Elliott! [Elliott resta a bocca aperta]

Gertie: Gli ho insegnato io a parlare. Sa parlare adesso. [indica un mucchio di oggetti]

Guarda che cosa ha portato qui tutto da solo. A cosa gli serve tutta questa roba?
[indica un mucchio di oggetti]

Guarda che cosa ha portato qui tutto da solo. A cosa gli serve tutta questa roba?

Elliott: “E.T.”, sai dire questo? Sai dire E.T.? [scandendo le lettere] E.T.
[scandendo le lettere] E.T.

E.T.: E.T.

Elliott: Ahahah!

E.T.: E.T.! E.T.! E.T.! Fai il bravo!

Gertie: Fai il bravo. Gli ho insegnato anche questo.

Elliott: Senti, devi rispettare la sua dignità, e questa è la cosa più ridicola che abbia mai visto.

E.T.: Telefono.

Elliott: “Telefono”? Ha detto “telefono”! Ha detto telefono!

Gertie: Non ti sei lavato le orecchie stamattina? Ha detto telefono.

E.T.: Casa…

Elliott: Hai ragione.

E.T.: E.T… Casa… Telefono.

Gertie: E.T. telefono casa!

Elliott: E.T. telefono casa. E.T. telefono casa.

Gertie: Vuole chiamare qualche persona.

E.T.: E.T. telefono casa. Casa.

Elliott: E loro verranno qua.

E.T.: Qua… Casa… Casa

Teorema – Pier Paolo Pasolini (1968)

Odetta [all’ospite]:

<<Tu conoscendomi mi hai fatto diventare una ragazza normale, mi hai fatto trovare la soluzione giusta della mia vita. Prima io non conoscevo gli uomini ma avevo paura di loro, ecco. Amavo soltanto mio padre, ma adesso, lasciandomi, non solo mi fai precipitare indietro, ma mi fai andare ancora più indietro. È questo che volevi. Adesso il dolore di perderti causerà in me una ricaduta molto più pericolosa ancora del male che era dentro di me prima di questa mia breve guarigione dopo la tua presenza; prima quel male non lo riconoscevo, ma adesso sì: attraverso il bene che tu mi hai fatto ho preso coscienza del mio male. E adesso, come potrò sostituirti? Ma forse esiste qualcuno che può sostituirti? Credi che io non potrò più vivere?>>

Il diario di Bridget Jones (Bridget Jones’s Diary) – Sharon Maguire (2001)

Mark: Non penso affatto che tu sia un’idiota. Oddio, è vero che c’è qualche cosa di ridicolo in te, nei tuoi modi e tua madre è piuttosto imbarazzante. E devo ammettere che sei veramente pessima quando ti capita di parlare in pubblico, e tutto quello che ti passa per la testa lo fai uscire dalla bocca senza tener tanto conto delle conseguenze. Certo mi rendo conto che quando ti ho conosciuta al buffet di tacchino al curry di Capodanno sono stato imperdonabilmente scortese e avevo addosso quel maglione con la renna sopra… che mi aveva regalato mia madre il giorno prima. Ma il punto è… quello che cerco di dirti… in modo molto confuso… è che, in effetti, probabilmente, malgrado le apparenze… tu mi piaci. Da morire.

Bridget: Ah! A parte il fatto che fumo, che bevo, che ho una madre volgare e… soffro di diarrea verbale…

Mark: No, tu mi piaci da morire, Bridget, così come sei.

La strada – Federico Fellini (1954)

Il Matto: Ehi, che ha fatto quella volta che sei scappata?

Gelsomina: Tanti schiaffi…

Il Matto: Ma perché ‘un t’ha lasciato andar via? Non lo capisco. Io ‘un ti terrei con me ma neanche per un giorno. Chissà, forse… forse ti vuole bene.

Gelsomina: Zampanò? A me?

Il Matto: Eh. E perché no? Lui è come i cani. Li hai mai visti i cani che ci guardano perché vogliono parlare e invece abbaiano soltanto?

Gelsomina: Poveraccio… eh?

Il Matto: Eh… E già, poveraccio. Ma se non ci stai te con lui, chi ci sta? Io so ‘gnorante, però ho letto qualche libro. Tu ‘un ci crederai ma tutto quello che c’è a questo mondo serve a qualcosa. Ecco prendi quel sasso lì, per esempio.
Gelsomina: Quale?

Il Matto [prendendo un sasso da terra]: Questo… uno qualunque. Be’, anche questo serve a qualcosa, anche questo sassetto.

Gelsomina: E a cosa serve?

Il Matto: Serve… Ma che ne so io? Se lo sapessi sai chi sarei?

Gelsomina: Chi?

Il Matto: Il Padreterno che sa tutto… quando nasci, quando muori e chi può saperlo? No. ‘Un lo so a cosa serve questo sasso qui ma a qualcosa deve servire, perché se questo è inutile, allora è inutile tutto. Anche le stelle. Almeno credo. E anche tu… anche tu servi a qualcosa con la tu’ testa di carciofo.

Dellamorte Dellamore – Michele Soavi (1994)

La morte, la morte,

la morte che arriva,

la morte schifosa, la morte lasciva

la morte che vola, la morte normale

che cela del mondo, pietosa, ogni male,

la morte che vive,

la vita che muore.

La morte, la morte,

la morte e l’amore

che aspettano insieme il grande giudizio

e non hanno mai fine, non hanno mai inizio.

(Francesco Dellamorte)